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Home Articoli e commenti (civile) Tutela della privacy Pubblicazione di foto e ascolto di conversazioni telefoniche: violazione o no della privacy?


Pubblicazione di foto e ascolto di conversazioni telefoniche: violazione o no della privacy?

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Nel nostro ordinamento, quando due diritti ugualmente importanti e tutelati dalla Costituzione entrano in conflitto tra loro, bisogna di volta in volta individuare quello da privilegiare. Anche se il diritto alla riservatezza (la c.d. privacy) è un diritto fondamentale della persona, è facile riscontrare, quasi quotidianamente, che questo diritto entra spesso in conflitto con altri diritti. Basta pensare, ad esempio, al contrasto del diritto alla privacy con  il diritto di cronaca, tutte le volte (e non sono poche) in cui personaggi pubblici o divi dello spettacolo lamentano  la violazione della propria sfera privata, allorché vengono sorpresi da paparazzi, e naturalmente fotografati o filmati, durante i propri momenti  di svago e di relax; oppure al contrasto del diritto alla privacy con il diritto di difesa in giudizio, parimenti riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione.

Vediamo nel dettaglio.

La legge sulla tutela della privacy n. 675/96 è stata abrogata dall’1.01.2004 e  sostituita dal D.lgs 30 giugno 2003 n. 196 (GU n. 174 del 29-7-2003  Suppl. Ordinario n.123).

In generale, la pubblicazione delle immagini (in senso lato, il "trattamento" di dati personali) non e' subordinata ad assenso se essa avviene per finalità  giornalistiche, e per fare davvero informazione; non possono essere comunque divulgate le  immagini riguardanti i minori, mentre per la  divulgazione di immagini di adulti, al di fuori delle finalità giornalistiche, occorre fare delle distinzioni.

In pratica:

1)   Pubblicazione dell’immagine di una persona non famosa.

L’art. 96 legge n. 633/41, sul diritto d’autore, afferma “ Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell'articolo seguente”.

Dopo la morte della persona ritrattata occorre il consenso del coniuge o dei figli, o, in loro mancanza, dei genitori; mancando il coniuge, i figli e i genitori, dei fratelli e delle sorelle, e, in loro mancanza, degli ascendenti e dei discendenti fino al quarto grado. Quando le persone indicate nel comma precedente siano più e vi sia tra loro dissenso, decide l'autorità giudiziaria, sentito il Pubblico Ministero. È rispettata, in ogni caso, la volontà del defunto quando risulti da scritto (art. 93 legge n. 633/41).

Se il personaggio ritratto non è famoso vi è dunque, in generale, il divieto di pubblicazione della foto, salvo il caso che ci sia il consenso da parte dello stesso.

2)    Pubblicazione dell’immagine di una persona non famosa in un luogo pubblico.

In questo caso : a) se la foto pubblicata si riferisce ad un luogo pubblico (una strada) o un evento (una festa pubblica, un concerto ecc.), e la persona è fotografata accidentalmente, non essendo lei  l’oggetto della foto, allora la pubblicazione è possibile anche senza autorizzazione, e pure se la persona è riconoscibile. In altre parole  la persona deve poter essere eliminata  senza che la foto perda la sua caratteristica.; b) se la foto riguarda proprio quella persona, che in quel dato momento si trova in un luogo pubblico, allora occorre il suo consenso. Non possono mai essere pubblicate (salvo che il viso sia oscurato e non riconoscibile) immagini di minori.

3)   Pubblicazione dell’immagine di una persona non famosa quando il fatto che la coinvolge sia importante ai fini del diritto di informazione.

La pubblicazione è ammessa  quando è effettuata in relazione ad un fatto di interesse pubblico, o quando sussiste la necessità di perseguire finalità di giustizia o di polizia, quale ad esempio l'informazione della cittadinanza su eventi delittuosi.

Ha affermato la Cassazione che in tema di trattamento dei dati personali, al di fuori delle ipotesi previste dell'art. 114 c.p.p., la pubblicazione delle immagini di una persona privata della libertà personale deve ritenersi lecita, senza che venga in rilievo la possibilità che la stessa possa considerarsi inessenziale rispetto all'informazione; la rivelazione dell'immagine di un imputato, costituendo un dato personale, deve ricevere un trattamento pari alla comunicazione delle generalità del medesimo, sicché, quando sia effettuata in relazione ad un fatto di interesse pubblico, va ritenuta essenziale all'espletamento del diritto di cronaca (Cass. civ., sez. I, 18 marzo 2008, n. 7261)

4)   Pubblicazione dell’immagine di un personaggio famoso.

La foto di una  personaggio famoso (un politico, uno sportivo ecc.) può essere  pubblicata.

Ci sono però delle eccezioni. Innanzi tutto non è possibile utilizzare il volto di un personaggio famoso per la pubblicità di prodotti in assenza di sua autorizzazione. Poi non è possibile pubblicare foto di personaggi famosi quando questi si trovano nel loro privato (salvo il caso sopra accennato in cui  le immagini siano tranquillamente visibili dall’esterno). E non solo in casa loro, bensì anche nei bar, nei ristoranti che non sono luoghi pubblici bensì luoghi aperti al pubblico. Infine non  è possibile pubblicare foto di personaggi famosi lesive del loro  buon nome, della loro dignità o che riguardino stati di salute, inclinazioni sessuali,  l'orientamento politico, il credo religioso ecc.

5) Pubblicazione dell’immagine per finalità culturali o didattiche.

E’ sempre possibile la pubblicazione essendo tale caso previsto espressamente dalla legge.

Sanzioni previste in caso di violazione della privacy altrui.

L’art. 167 D.lgs. n. 196/2003 punisce con la reclusione fino a due anni chi viola la privacy altru, quando ciò provoca nocumento, dunque anche  un semplice fastidio o un turbamento.

Davanti al giudice civile si può invece sempre richiedere il risarcimento del danno, e anche un provvedimento di urgenza per far cancellare la foto.

Tuttavia, l’art. 26 dello stesso D.Lgs., prevede la possibilità di trattare dati personali sensibili senza il consenso dell’interessato “quando il trattamento è necessario per far valere o difendere in sede giudiziaria un diritto, sempre che i dati siano stati trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento”.

L’art. 615 bis cod. pen (interferenze illecite nella vita privata) punisce, d’altra parte, chiunque, mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente  notizie o immagini attinenti alla vita privata altrui, e  chi riveladiffonde le notizie o le immagini ottenute,  con la reclusione da sei mesi a quattro anni. I delitti sono punibili a querela della persona offesa, tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Le pene previste nei due articoli sopra richiamati concorrono tra loro.

Dunque,  divieto assoluto di utilizzo dei dati sensibili altrui fuori dal processo.

In ambito giudiziario, invece, l’art. 160 del D.LgS  sulla privacy prevede che “la validità, l’efficacia e l’utilizzabilità di atti, documenti e provvedimenti nel procedimento giudiziario basati sul trattamento di dati personali non conformi a disposizioni di legge o di regolamento restano disciplinate dalle pertinenti disposizioni processuali nella materia civile e penale”. Perciò,  mentre nel giudizio penale non si può tenere conto delle prove acquisite fuori dalle previsioni della privacy, nel processo civile sarà il Giudice che dovrà stabilire l’utilizzabilità o meno delle prove acquisite in violazione della privacy.

Sotto altro aspetto, bisogna poi ricordare che la libertà e segretezza della corrispondenza è un diritto fondamentale riconosciuto al cittadino dalla nostra Costituzione (art. 15) e che i messaggi di posta elettronica (email, messenger, skype ecc.),  gli sms, le chat, i messaggi whatsapp ecc., le conversazioni telefoniche, sono ormai considerati  veri e propri mezzi di corrispondenza e che, come tali, godono della stessa tutela costituzionale  della posta ordinaria.

Se la corrispondenza, ordinaria o elettronica,  è diretta ad entrambi i coniugi o i partner sarà a disposizione di entrambi e potrà essere anche tranquillamente usata in giudizio.

Se la corrispondenza è invece diretta a uno solo, si potrebbe commettere il reato di cui all’art. 616 c.p. (“chiunque prende cognizione  del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottraedistrae, al fine di prenderne o di farne da altri prender cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distruggesopprime , è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro. Se il colpevole, senza giusta causa, rivela, in tutto o in parte, il contenuto della corrispondenza, è punito, se dal fatto deriva nocumento ed il fatto medesimo non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a tre anni.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa
”).

In particolare, per quanto riguarda la possibilità di ascoltare e registrare le comunicazioni telefoniche altrui, è necessario considerare quanto segue:

-Spiare ed intercettare conversazioni altrui non è consentito, ed anzi è reato. Ascoltare le conversazioni telefoniche tra altre persone, utilizzando  micro spie o registratori, trattandosi di vere e proprie “intercettazioni”, è consentito solo se  c’è l’autorizzazione di un  Giudice. Il privato che segretamente registra la conversazione tra altre persone può essere condannato ai sensi dell’art. 615 bis cod. pen. (interferenze illecite nella vita privata), e la conversazione intercettata, in più, come detto, configura anche il  reato previsto dall’art. 167 del d. lgs. 196/2003 (trattamento illecito di dati personali).

-La registrazione di una conversazione tra presenti, anche all’insaputa di questi, è consentita e non viola la privacy.

La registrazione, però, non deve avvenire nei luoghi di privata dimora del soggetto registrato, che sia ignaro della registrazione medesima, perché in questo caso sarebbe reato ai sensi dell’art. 615 bis Cod. pen.

La Corte di Cassazione, in varie occasioni (Cass. n. 7239/1999; Cass. sent. n. 16886/2007; Cass. 24288/2016) ha chiarito che è lecito  registrare la conversazione o la telefonata quando chi registra  sia parte di essa, e avvenga entro le sue mura domestiche, in quanto questi non farebbe altro che altro che memorizzare digitalmente ciò che capta il suo  udito. Per tale ragione, la registrazione di una conversazione ambientale o di una telefonata è  un ottimo strumento di difesa, ben potendo rappresentare una forma di autotutela e garanzia contro abusi, minacce, insulti e ricatti. Non è invece lecito dare diffusione della registrazione, magari via internet o sui social, perché per la pubblicazione della conversazione è necessario il consenso di tutti coloro che vi hanno partecipato. Diverso è il discorso della divulgazione innanzi al Giudice, per tutelare un proprio diritto, in un giudizio civile o penale, perfettamente consentito, salvo l’utilizzo che intenda farne il Giudice medesimo ai fini della decisione.

In linea di massima la registrazione avvenuta nel rispetto delle  regole è utilizzabile all’interno del processo penale, e lo stesso vale in linea di massima nel giudizio civile, anche se non tutti i giudici, attualmente, sono orientati allo stesso modo.

-La registrazione effettuata da un estraneo alla conversazione, senza il consenso dei soggetti interessati e senza l’autorizzazione del Pubblico Ministero nell’ambito di un’indagine penale, è  sempre illecita.

Applicando le regole suddette, vediamo cosa è possibile e cosa non è possibile fare, nei rapporti matrimoniali o sentimentali, anche in caso di tradimento del partner.

Anche in questi casi, in linea generale, non si può violare la privacy del coniuge o del/la compagno/a.

Varie  sentenze della Corte di Cassazione hanno di recente bollato come reato l’intromissione del coniuge nella corrispondenza privata diretta all’altro o nelle conversazioni o nei messaggi telefonici.

La Corte ha ribadito che integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza la condotta di colui che sottragga la corrispondenza inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione (Cass. Sez. V, n. 35383 del 29 marzo 2011).

Merita anche di essere condannato per il reato di “interferenze illecite nella vita privata”(art. 615 bis c.p.), ad esemprio, secondo la Suprema Corte, chi intercetta le conversazioni telefoniche dell’altro, così come merita la condanna per “violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza” (art. 616 c.p.) e chi prende visione della corrispondenza diretta all’altro, senza il suo consenso espresso o tacito.

E può andare  ancora peggio a chi sottrae il telefonino del partner al solo scopo di far conoscere a tutti i messaggini scambiati con qualche altro: qui l’illecito investe non solo il diritto alla riservatezza, ma anche quello del  patrimonio, tanto che secondo la Corte si sarebbe in presenza, in questo caso, di un vero e proprio reato di rapina ex art. 628 c.p. (cfr. Cass. n. 24297/2016).

Come si vede chi per gelosia o altro si vuole intromettere nelle conversazioni altrui, incidendo sul bene primario della sua autodeterminazione nella sfera delle relazioni umane, rischia davvero grosso.

Vale peraltro la pena  osservare che ferma l’eventuale responsabilità penale, nel processo civile, l’ammissibilità e l’utilizzabilità della prova invasiva dell’altrui autodeterminazione, è rimessa alla valutazione del giudice, che la consentirà, in genere, soltanto  quando costituisca l’unico mezzo a disposizione della parte  per contestare le pretese della controparte.

Un discorso diverso merita l’intromissione del genitore nella privacy del figlio minore. In famiglia è consentito infatti al genitore di vigilare sulle comunicazioni del minore a fini educativi e di protezione, ma esclusivamente per il perseguimento del potere di vigilanza che gli è attribuito dalla legge. Tale potere deriva infatti al genitore  dal fatto che, com’è noto,  nel  nostro ordinamento, il minore non dispone della capacità di agire ed è sottoposto alla responsabilità del genitore medesimo, acquistando l’idoneità a porre in essere atti giuridici autonomi solo al momento del compimento del diciottesimo anno d’età.

Si può pertanto conclusivamente affermare che tolto il caso di questo diritto “affievolito” alla privacy, valido soltanto con riguardo ai minori, tutte le pronunce recenti hanno usato sempre il pugno duro per chi viola la privacy altrui.




 

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