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Home Articoli e commenti (civile) Risarcimento dei danni In meno di tre metri quadrati è negato lo spazio vitale del detenuto.


In meno di tre metri quadrati è negato lo spazio vitale del detenuto.

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In meno di tre metri quadrati è negato lo spazio vitale del detenuto.

 

(Avv. Roberto Pasquali)

 

I numeri del sistema carcerario italiano, aggiornati al 30 settembre 2012, e diffusi dal Ministero della Giustizia, sono  sicuramente allarmanti:  206 carceri per 66.568  detenuti, di cui  il 35%  stranieri.

E tutto ciò a  fronte di una capienza regolamentare  fissata nel numero di 45.849 unità!

Il grande affollamento dei carceri italiani costringe i detenuti ad una umiliante promiscuità che significa situazioni umane degradanti, molte delle quali sfociano in suicidi, soprattutto per i detenuti alle prese con problemi depressivi o di tossicodipendenza.

La Convenzione per la Salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, stabilisce all’art. 3 che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pena o trattamento inumani o degradanti”.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il 16 luglio 2009, con una decisione in un certo senso storica,  ha accolto il ricorso di un detenuto del carcere romano di Rebibbia affermando sussistere, nel caso di specie,  violazione dell’articolo 3 della Convenzione a causa delle pessime condizioni detentive in cui si è trovato il medesimo.

Nel caso di specie il detenuto, a cui è stato  riconosciuto un risarcimento del danno, aveva infatti condiviso una cella di 16,20 m² con altri 5 detenuti, risultando così lo spazio disponibile per ciascuno di circa 3 m². Tenuto conto che il Comitato per la Prevenzione della Tortura (istituito dal Consiglio d’Europa) ha fissato in 7 m² lo spazio minimo per detenuto, la Corte ha constatato una violazione affermando che sebbene non sia possibile stabilire in maniera certa e definitiva lo spazio personale che deve essere riconosciuto a ciascun detenuto ai termini della Convenzione, la mancanza evidente di spazio personale costituisce violazione dell’art. 3 della Convenzione.

L’argomento è sicuramente delicato essendo necessario coniugare, nella società civile, la severità delle pene da irrogare a chi ha compiuto fatti socialmente dannosi per la pacifica convivenza con la rieducazione e risocializzazione  del condannato.

Fermo restando il diritto-dovere dello Stato di reagire con fermezza a comportamenti illeciti dei propri cittadini, quel che però è certo è che  la privazione della libertà personale del condannato non può essere esasperata a tal punto da offendere ed annichilire la sua dignità personale e i diritti umani inviolabili che spettano ad ogni essere umano.

Per far fronte alla grave  situazione carceraria il Governo ha deliberato un piano straordinario penitenziario, decretando lo stato di emergenza nazionale e promulgando dapprima la legge n. 199/2010, che consente di far scontare ai detenuti la pena detentiva non superiore ad un anno presso la propria abitazione, e poi il decreto-legge 211/2011 che ha esteso  l'applicazione di questo istituto alle pene detentive non superiori a 18 mesi; il leader radicale Marco Pannella ha intrapreso uno sciopero della fame, sospeso solo di recente, per far porre l’attenzione sul problema; qualche giorno fa Silvio Berlusconi ha affrontato a sua volta l’argomento proponendo la soluzione dell’amnistia, incontrando consensi nel centro sinistra ma opposizione della Lega.

Insomma il problema c’è ed è sotto gli occhi di tutti

Comunque si voglia affrontare la questione credo che la prigione mai deve diventare una fabbrica che trasforma gli uomini in animali facendoli uscire peggiori di quello che sono, ma deve tendere al contrario al recupero e alla rieducazione del condannato, così come impone la nostra Costituzione all’art. 27.  Credo pertanto che sia necessario  potenziare il sistema carcerario a livello strutturale, creando nuovi penitenziari (magari distraendo risorse dalle ingenti spese per gli armamenti militari) attrezzati per  reinserire i detenuti nel mondo lavorativo,  facendo svolgere agli stessi attività socialmente utili o aiutandoli nello studio. Come diceva Ghandi tutti i criminali dovrebbero essere trattati come pazienti e le prigioni diventare degli ospedali riservati al trattamento e alla cura di questo particolare tipo di ammalati. Ma su un punto credo si possa essere d’accordo: nessun ammalato può essere curato laddove venga privato dei suoi spazi vitali.

 

 

 

 

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