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Home Articoli e commenti (civile) Famiglia La revoca dell'assegno divorzile


La revoca dell'assegno divorzile

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L’obbligo al versamento dell’assegno divorzile cessa in presenza di due circostanze: 1)  in caso di nuovo matrimonio del beneficiario dell’assegno; 2) alla morte di uno degli ex coniugi.

L’art 9 legge 01/12/1970 n° 898 (Legge sul divorzio), inoltre,  dispone: “qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6”.

Dunque anche fatti sopravvenuti come il licenziamento dal lavoro, un incidente che causa una invalidità ecc, giustificano la soppressione o la riduzione dell’assegno di mantenimento originariamente fissato dal Giudice.

Fino a qualche tempo fa, anche  il coniuge divorziato che iniziava una nuova relazione stabile e duratura con un’altra persona, perdeva l’assegno di mantenimento disposto dal Tribunale, a condizione  che lo stesso coniuge andasse a convivere in casa con l’altra persona.

Nel 2016 la Cassazione ha stabilito che “l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso”.

Ha precisato nell’occasione  la Corte che la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’articolo 2 Cost., come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo, è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (Cass. sezione VI civile, ordinanza 13 dicembre 2016, n. 25528).

Successivamente nel 2017, la Cassazione,  ha stabilito che l’assegno  divorzile va revocato anche se manca la prova di una convivenza more uxorio e qualora si affermi trattarsi solo di convivenza stabile  “in amicizia”  con un’altra persona, “non essendo dato comprendere quali siano, nella specie, gli elementi che varrebbero a distinguere la prima situazione dalla seconda”, e non potendo, peraltro, porsi a carico dell’altro coniuge l’onere di dimostrare il grado di intimità  che intercorre fra la coppia (così Cass. ord. n. 6009/2017).

Nell’aprile  del 2018, la Suprema Corte, decidendo su una richiesta di risarcimento da parte del compagno della vittima, deceduta a seguito di  caduta da ascensore, ha stabilito che la coabitazione, che è stata finora indicata come un indice rilevante e ricorrente dell’esistenza di una famiglia di fatto, non ora è più un elemento imprescindibile, la cui mancanza, di per sé, possa escludere la configurabilità della convivenza (Cassazione Civile Sez. III 13 aprile 2018 n. 9178).

Secondo la Corte non ha più alcun senso appiattire la nozione di convivenza sulla esistenza di una coabitazione costante tra i partners. La nozione di convivenza di fatto trova ora il suo supporto normativo nella legge n. 76 del 2016, che, all’art. 1, definisce i conviventi di fatto come due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile, individuando sempre l’elemento spirituale, il legame affettivo, materiale o di stabilità, la reciproca assistenza morale e materiale, fondati non sul vincolo coniugale e sugli obblighi giuridici che ne scaturiscono, ma sull’assunzione volontaria di un impegno reciproco.

Niente sulla coabitazione.

Sulla strada tracciata dalla Suprema Corte, alcuni tribunali hanno stabilito che se l’ex ha una relazione affettiva, perde l’assegno di mantenimento, anche senza bisogno di convivenza; basta cioè che ci sia una nuova relazione, a prescindere  che i due partner convivano sotto lo stesso tetto (Trib. Como, ord. del 12.04.2018; Trib. Milano 30.01.2018).

E’ dunque determinante la nuova relazione affettiva, e non la coabitazione, affinché possa essere dichiarata  la cessazione dell’assegno di mantenimento.

Quanto infine al momento dal quale andrà disposta la revoca dell’assegno, la Suprema Corte ha stabilito che è quello del passaggio in giudicato della sentenza che si pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio. (Cass. Sez.I,  15 dicembre 2017, n. 30257).

 

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