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Home Articoli e commenti (civile) Famiglia I beni dei coniugi dopo la separazione (Avv. Roberto Pasquali)


I beni dei coniugi dopo la separazione (Avv. Roberto Pasquali)

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Il modo per riuscire a vivere  lontano dalla persona che una volta si amava, dopo una separazione, è (anche) quello di regolare con questa tranquillamente i rapporti patrimoniali, di suddividere cioè senza faide o ripicche le cose che una volta appartenevano ad entrambi, o che da entrambi venivano utilizzate.

Una premessa è doverosa, prima di inoltrarsi nei principi che regolano la materia dello scioglimento della comunione dei beni dei coniugi in separazione.

La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha stabilito che le famiglie già costituite alla data di entrata in vigore della medesima legge, decorso il termine di due anni da detta data (il 15 gennaio 1978) sono state automaticamente assoggettate al regime della comunione legale per i beni acquistati successivamente alla data medesima, a meno che entro lo stesso termine uno dei coniugi non abbia tempestivamente manifestato  volontà contraria in un atto ricevuto da notaio o dall'ufficiale dello stato civile del luogo in cui fu celebrato il matrimonio.

Dunque il regime legale di comunione dei beni, come affermazione concreta di un criterio di giustizia, è ritenuto dal legislatore il regime “normale” ed automatico espressione dell’affermazione di parità dei coniugi. Chi si sposa e non manifestata volontà contraria, è in regime di comunione di beni.

Detto questo bisogna considerare che, a mente dell’art. 177 cod. civ., costituiscono oggetto della comunione: a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione; c) i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati; d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.

La divisione dei beni oggetto della comunione legale fra coniugi, conseguente allo scioglimento di essa, con effetto ex nunc, per annullamento del matrimonio o per una delle altre cause indicate nell'art. 191 c.c., si effettua in parti eguali, secondo il disposto del successivo art. 194, senza possibilità di prova di un diverso apporto economico dei coniugi all'acquisto del bene in comunione, non essendo applicabile la disciplina della comunione ordinaria, nella quale l'eguaglianza delle quote dei partecipanti è oggetto di una presunzione semplice (art. 1101 c.c.), superabile mediante prova del contrario (Cass. civ., sez. I, 24 luglio 2003, n. 11467).

Nel caso di acquisto di un bene mediante l'impiego di altro bene di cui sia certa l'appartenenza esclusiva al coniuge acquirente prima del matrimonio, l'acquisto dovrà ritenersi escluso dalla comunione legale (Cass. civ., sez. II, 5 maggio 2010, n. 1085).

Il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale (o l'omologazione di quella consensuale), che rappresenta il fatto costitutivo del diritto ad ottenere lo scioglimento della comunione legale dei beni, non è condizione di procedibilità della domanda giudiziale di scioglimento della comunione legale e di divisione dei beni, ma condizione dell'azione. Conseguentemente, la domanda è proponibile nelle more del giudizio di separazione personale, essendo sufficiente che la suddetta condizione sussista al momento della pronuncia (Cass. civ., sez. I, 26 febbraio 2010, n. 4757)

Poiché la disciplina della comunione legale tra coniugi è animata dall'intento di tutelare la famiglia attraverso una specifica protezione della posizione dei coniugi che si manifesta, a norma dell'art. 177, primo comma, lettera a), c.c., nel regime dell'attribuzione comune degli acquisti compiuti durante il matrimonio. Tale finalità di protezione è del tutto assente nell'ipotesi in cui i beni acquistati - astrattamente riconducibili al regime della comunione legale - abbiano una provenienza illecita; pertanto, ove il giudice penale abbia sottoposto a confisca, ai sensi dell'art. 2 ter della legge 31 maggio 1965, n. 575, beni di persona sottoposta a procedimento di prevenzione per sospetta appartenenza ad associazioni di tipo mafioso, il coniuge non può invocare la disciplina della comunione legale per sottrarre determinati beni alla predetta misura, salvo che dimostri di aver contribuito all'acquisto con proprie disponibilità frutto di attività lecite (Cass. civ., sez. II, 5 marzo 2010, n. 5424)

Posto che, ai sensi dell'art. 191 c.c., la separazione personale dei coniugi costituisce causa di scioglimento della comunione dei beni, una volta rimossa con la riconciliazione tale causa si ripristina automaticamente tra le parti il regime di comunione originariamente adottato, con esclusione di quegli acquisti effettuati durante il periodo della separazione (Cass. civ., sez. I, 12 novembre 1998, n. 11418 .

Non cadono nel regime di comunione, restando beni personali di ciascun coniuge, a) i beni che appartenevano loro prima del matrimonio, b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori, d) i beni che servono all'esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un'azienda facente parte della comunione, e) le somme ricevute a titolo di risarcimento del danno f)  la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa; g)  i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto.

Per finire sul punto, occorre segnalare che  la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui, sebbene i coniugi mutino il proprio regime patrimoniale, ai beni acquistati secondo l’originario assetto patrimoniale (nella specie: comunione legale), continua ad applicarsi la disciplina di quest’ultimo e non quella di quello successivamente scelto dai coniugi (nella specie: separazione dei beni) (così Cass. n. 4676/2018). Ciò vuol dire che il bene acquistato dai coniugi in comunione legale dei beni, continua a mantenere questo specifico assetto giuridico  fino allo scioglimento della comunione, anche se successivamente detto regime muti, per volontà dei medesimi, in quello di separazione dei beni.

Quando una coppia di coniugi si separa, tra i beni da dividere ci potrebbe essere anche un conto corrente cointestato, che va ripartito in parti uguali.

Al riguardo se il  conto è cointestato, vige una presunzione di contitolarità fra i suoi cointestatari. Tale presunzione non è però assoluta: e quindi  il coniuge interessato può sempre dimostrare il contrario (c.d. “inversione dell’onere della prova”) (Cass. n. 28839/2008).

Il coniuge che preleva dal conto corrente cointestato dei soldi per sé e non per le esigenze della famiglia (ad es. per i figli o per il mantenimento della famiglia), quando ormai il rapporto di coppia è già in crisi,  è tenuto a restituirli all'altro (nella misura del 50%) (Cass. 19115/2012; Tribunale di Roma, sent. n. 11451/2017 ). Incombe solo su tale coniuge l’onere di dimostrare  il reimpiego delle somme prelevate per esigenze familiari (Cass. n. 20457/2016).

Peraltro l’esistenza del vincolo coniugale non permette di ritenere automaticamente che la cointestazione dei conti con firme disgiunte,  persegua il solo scopo di liberalità (cioè una donazione indiretta), salvo che il coniuge interessato riesca a dimostrare l’esistenza dell'animus donandi.

Naturalmente,  con riferimento ai rapporti con i terzi creditori, i coniugi sono sempre considerati creditori o debitori in solito del saldo del conto.

Se i coniugi erano in regime di separazione dei beni e le somme che confluivano in detti rapporti erano frutto unicamente del  lavoro individuale degli stessi, ognuno in linea di massima si presume  proprietario delle somme depositate e nessuna pretesa può essere avanzata dall’altro coniuge.

Non si può però  tracciare una regola generale, perché tutto dipende dalla provenienza di tale denaro.

Come sopra evidenziato, infatti, sono beni de residuo tutti quei beni che durante il matrimonio appartengono al coniuge che li ha percepiti e che, solo se non consumati al momento dello scioglimento della comunione, sono divisi in parti uguali tra i coniugi.

Ad esempio, mentre  il risarcimento del danno da incidente stradale, la donazione o l’eredità ricevuta da uno dei coniugi, non vanno divise al momento della separazione della coppia e restano sempre in capo al titolare, i soldi dello stipendio versati sul conto individuale non entrano subito nella comunione, ma se sono ancora presenti sul conto allo scioglimento cessazione della comunione, vanno divisi tra i coniugi a metà. Il coniuge non ha quindi alcun diritto sulle somme depositate sul conto corrente di un solo coniuge finché resta in vita la comunione; può però pretendere la metà se la comunione si scioglie.

Lo stesso vale anche ad esempio per l’affitto di un appartamento ricevuto in eredità o in donazione o acquistato prima del matrimonio; anche in questo caso, tali somme  non entrano subito nella comunione legale dei coniugi, ma quelle ancora presenti sul conto all’atto dello scioglimento, vanno divise a metà.

 

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