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Home Articoli e commenti (civile) Famiglia Le conseguenze dell’abbandono della casa coniugale.


Le conseguenze dell’abbandono della casa coniugale.

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Quando  il rapporto matrimoniale entra in crisi, è risaputo,  la casa coniugale  si trasforma subito in un inferno, l’aria di casa diventa improvvisamente irrespirabile, ci si sente in gabbia, oppressi, costretti, e si desidera andare via al più presto per ritrovare un po’ di serenità.

Spesso però si agisce d’impulso e non si considera che l’allontanamento dalla casa familiare, da parte di uno dei coniugi, può ritorcersi a suo sfavore, portandolo a subire una dichiarazione di addebito nel successivo procedimento di separazione.

Meglio dunque non agire d’istinto.

E’ bene sapere che principio fondamentale, espresso dalla giurisprudenza,  è che l'allontanamento senza motivo dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, senza il consenso dell'altro coniuge, costituisce comunque violazione di un obbligo matrimoniale ed è conseguentemente causa di addebito della separazione.

Non c’è invece violazione di alcun obbligo se il coniuge che va via  risulti legittimato da una "giusta causa", vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione della convivenza, tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare.

Non può costituire d’altro canto giustificato motivo di allontanamento il semplice deposito del ricorso per separazione; l’esperienza dei precedenti giudiziali dimostra che per lasciare la casa coniugale è più salutare attendere la decisione del Tribunale, e l’autorizzazione del Presidente del Tribunale a vivere separati, per non incorrere in conseguenze sanzionatorie.

A conferma di ciò, infatti, la Cassazione, in un caso recente, con la sentenza n. 46153/13, ha dichiarato addirittura non punibile per il reato di appropriazione indebita il marito che dopo l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale, ma prima della separazione, aveva fatto sparire tutti i mobili portandoli in località nota solo a lui.

In questo caso, tutto è stato consentito al marito;  proprio perché non esisteva un provvedimento del Tribunale di assegnazione della casa e del mobilio – si è affermato - il marito, mantenendo la disponibilità dei mobili stessi, ben poteva farne l’uso ritenuto necessario,  e non poteva di conseguenza essere incolpato di alcun reato.

La Corte di Cassazione con la sentenza  n°11981/2013, ha stabilito inoltre che se la madre decide di allontanarsi dalla casa portando con se i figli, protraendo  l'allontanamento nel tempo, in sede di separazione, non può chiedere l'assegnazione della casa coniugale. L'assegnazione della casa coniugale consegue infatti alla stabile dimora del figlio presso l'abitazione di uno dei genitori e dunque si può escludere nei casi in cui il minore venga allontanato, anche se poi vi faccia ritorno; è dunque necessario che ci sia un collegamento stabile con l'abitazione che rappresenta il domicilio del minore che vive con il genitore collocatario.

Senza contare poi che l’illegittimo allontanamento della casa coniugale oltre a portare ad una dichiarazione di addebito, che ha come conseguenze di non poco conto la perdita del diritto all’assegno dei mantenimento e la perdita, di regola, dei diritti ereditari in caso di morte dell’altro coniuge,  può costare caro anche sotto l’aspetto del risarcimento dei danni da corrispondere all’altro che rimane in casa. E’ stato infatti recentemente riconosciuto dai Giudici il c.d. risarcimento dei danni “da abbandono”, dovuto da  chi, come un fulmine a ciel sereno,  fa le valigie, smonta baracca e burattini e se ne va, senza preoccuparsi di dare al povero coniuge abbandonato  un minimo di preavviso.

La giurisprudenza ha quindi considerato giusta causa” di abbandono della casa coniugale, ad esempio:

- l’uso di violenza, sia fisica che morale, da parte dell’altro coniuge(Cass. ord. n. 24830 del 21.11.2014);

-la violazione da parte dell’altro coniuge del dovere di fedeltà,  come causa essenziale del fallimento del rapporto coniugale (Cass. civ., sez. I, 12 giugno 2006, n. 13592; Trib. civ. Bari, , 21 settembre 2006, n. 2338; Trib. Trieste, 24/03/2011; Cass. civ. sez. VI, 5 febbraio 2014, n. 2539)

- gli abusi sessuali, la  mancata intesa sessuale o la costrizione a rapporti sessuali (Cass. pen., sez. III, 8 ottobre 2007, n. 36962; Cass.  5 marzo – 31 maggio 2012, n. 8773)

- I frequenti litigi domestici con la suocera convivente che hanno portato al progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi ( Cass. civ., sez. I, 24 febbraio 2011, n. 4540; Cassazione Civile, sez. I, sentenza 20/01/2006 n° 1202).

C’è da segnalare che recentemente la Cassazione  ha affermato che è consentito, da parte di un coniuge, abbandonare la casa coniugale, anche quando esista  una situazione di conflitto permanente, indicativa della definitiva rottura della comunione spirituale fra i coniugi.

In sostanza, quando la crisi coniugale è caratterizzata da continui litigi, secondo la Suprema Corte, è legittimo fare le valigie ed andar via (così Cass. Ord. N. 7163/2016 del 12.04.2016).

In mancanza di una “giusta causa”, dunque, è meglio attendere  dunque la prima udienza davanti al Presidente del Tribunale per non incorrere, in sede civile,  in un addebito della separazione.

Da ultimo, ma non per ultimo, non si deve  dimenticare che spesso l’abbandono del domicilio domestico, quando porta con sé l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza nei confronti dell’altro coniuge o dei figli, come detto, può condurre anche ad una severa condanna penale ai sensi dell’art. 570 cod. pen, per violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Alla luce di quanto sopra, meglio riflettere prima di fare passi affrettati, e comunque meglio farsi consigliare da un avvocato; le conseguenze degli errori spesso non si cancellano e si corre il rischio di portarsele dietro per molto tempo.

 

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