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Molestie e stalking

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Fino all’entrata in vigore del decreto legge del 20.02.2009 raramente sono stati puniti quei comportamenti ripetuti, assillanti, petulanti, di controllo o di sorveglianza che, intrusivi della sfera intima di un’altra persona, generano nella vittima fastidio, ansia, preoccupazione e, talvolta, vero e proprio terrore.

Non era inoltre in passato previsto alcuno strumento per far cessare la molestia da parte dell’agente che, pertanto, il più delle volte poteva sperare di farla franca.

Ciò ha comportato l’introduzione nel nostro codice penale dell’art. 612 bis con cui sono stati  dunque puniti gli atti persecutori denominati “stalking”.

Il termine “stalk” si può tradurre in vari modi nella nostra lingua come “caccia in appostamento”, “pedinamento furtivo”; la parola “stalker” è a sua volta traducibile come “cacciatore in ’agguato”. Il “predatore” è colui che raccoglie informazioni sulla vittima, per poterla poi aggredire: la motivazione che lo spinge è il senso di potere e di controllo sull’altra persona.

L’unico articolo del codice penale che, in mancanza di minacce o atteggiamenti violenti da parte dell’agente, poteva invocarsi dalla vittima per far cessare le molestie e per sperare di vedere condannato il molestatore, prima dell’entrata in vigore del citato decreto legge, era l’art 660 c.p. intitolato “Molestia o disturbo alle persone”. L’articolo,  tutt’ora vigente, dispone: ”Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a euro 516,00”.

Il fatto previsto dall’art. 660 c.p, a differenza di quello di cui al nuovo art. 612 bis, che consiste in un vero e proprio reato, è di natura contravvenzionale.

Ciò comporta alcune conseguenze: anche se in esso l'elemento soggettivo viene in rilievo in modo meno importante rispetto ai delitti, in quanto il contravventore viene punito dall'ordinamento giuridico sulla base della semplice volontarietà della condotta, bastando anche la semplice colpa, e anche se  per le contravvenzioni non è mai configurabile il tentativo, i termini di prescrizione sono però più brevi rispetto a quelli dei delitti, maturando in soli quattro ann,i con il limite ordinario finale, in presenza di atti interruttivi, di sei anni.

Un grave limite della norma deriva poi dal fatto che i comportamenti molesti o di disturbo devono avvenire, per essere puniti, in “luogo pubblico” o “aperto al pubblico”.

Commette così, ad esempio,  il reato di molestie colui che parcheggia il proprio camion davanti alla vetrina del negozio di un altro soggetto, lasciando il motore acceso per molto tempo, per ritorsione contro quest’ultimo, oppure il soggetto che, ponendosi con un cartello alle spalle di un cronista durante il collegamento televisivo, disturba l'attività del cronista stesso, o ancora il soggetto che nel corso di un pubblico comizio pone in essere atti tali da provocare l'interruzione del comizio stesso.

Se poi si hanno a mente le pene lievi previste dall’art. 660 c.p., il periodo relativamente breve previsto per la prescrizione del reato e l’assoluta mancanza di strumenti volti a far cessare immediatamente la molestia o il disturbo si può facilmente concludere che, fino all’entrata in vigore del decreto legge in questione , l’atto persecutorio non violento e non pubblico non è stato punito da alcuna norma penale.

Il decreto legge del 20.02.2009, convertito con L. 23.04.2009 n°38, ha cercato dunque di colmare tutti questi vuoti legislativi punendo quegli atti persecutori che rimarrebbero altrimenti non contemplati nella fattispecie prevista dall’art. 660 c.p.

La norma sembra dirigersi soprattutto contro ex mariti, ex conviventi, ex fidanzati, conoscenti e colleghi e sembra tutelare soprattutto le donne, anche se in modo non esclusivo.

Secondo l'art. 612-bis, primo comma, c.c.  il reato di stalking  è punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni, salvo che il fatto non costituisca più grave reato.

Sono poi previste come circostanze aggravanti  gli atti persecutori commessi dal coniuge in costanza di matrimonio o anche separato e divorziato, ovvero da persona, attualmente o in passato legata da relazione affettiva alla vittima, o, ancora, commessi attraverso strumenti informatici e telematici (con pena aumentata fino a un terzo) e gli atti persecutori commessi a danno dei soggetti più deboli, ovvero minori d'età, donne in stato di gravidanza o persone con disabilità, o con l'uso di armi o da persona travisata (con pena aumentata fino alla metà).

Il delitto è punito a querela della persona offesa da presentare nel termine di sei mesi dalla consumazione del reato, cioè dal momento in cui  si è costretti a modificare le proprie abitudini di vita o in cui inizia a manifestarsi lo stato di ansia o di paura della vittima.

La remissione può avvenire solo nel processo e la querela non è invece rimettibile se il fatto è commesso mediante minacce reiterate nei modi più gravi.

Elemento oggettivo necessario è la reiterazione delle condotte persecutorie, idonee, alternativamente, a cagionare nella vittima un "perdurante e grave stato di ansia o di paura", a ingenerare un "fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva" ovvero a costringerla ad alterare le "proprie abitudini di vita". Sono sufficienti anche "due sole condotte di minaccia o molestia" (così ad es. Cass. n. 45648/2013).

Quanto alle fattispecie concrete si pensi alle continue telefonate, all’invio di  sms o e-mail, ai post persecutori o ingiuriosi sui social network,ai  pedinamenti, ai danneggiamenti e così via.

In giurisprudenza si è affermato che  sussiste il reato di atti persecutori ex art. 612 bis c.p. quando le condotte reiterate di minaccia o molestia determinano  nella   vittima, alternativamente: 1)  un perdurante e grave stato di ansia e di paura; 2) un fondato timore per la propria incolumità o per  persona affettivamente legata; 3)la costrizione ad alterare le proprie condizioni di vita.

Quanto all’elemento soggettivo  dello stalker, è sufficiente il dolo generico, cioè la  volontà di porre in essere le condotte con la consapevolezza della loro idoneità a produrre taluno degli eventi parimenti descritti nella stessa (in tal senso Cass. n. 20993/2012; Cass. n. 7544/2012).


Con il d.l. 11/2009, convertito dalla l. n. 38/2009, è stata introdotta anche la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, con la prescrizione, rivolta dal giudice all'imputato, "di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa", e  la misura della prescrizione  all'imputato "di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva" alla medesima, ovvero di mantenere una certa distanza da tali luoghi o persone.

Con la sentenza n. 36887del 9.09.2013 , la Corte di Cassazione ha precisato infine che l’Autorità giudiziaria, nell’impartire al reo di stalking il divieto di frequentare determinati luoghi, non deve riferirsi solo ad aree circoscritte e identificate (ossia a quelle generalmente frequentate dalla persona offesa, come il luogo di lavoro o il domicilio), ma l’ordine deve essere più ampio e riferito a qualsiasi ambito geografico in cui lo stalker possa incontrare, anche solo potenzialmente, la vittima.

Quel che è necessario dunque è che l’ordine dell’autorità indichi un perimetro territoriale all’interno del quale scatta la protezione per la vittima.

In alternativa alla querela e al processo, e prima di essi, per difendersi dagli atti persecutori reiterati e continui di uno stalker, c’è la possibilità di agire tramite il c.d. ”ammonimento”.

Com’è noto l’azione dello stalker è un’azione penalmente rilevante e pertanto la vittima può sempre presentare, entro sei mesi dai fatti, una querela che  può portare alla reclusione del persecutore.

Prima di ciò la vittima di stalking, se ancora non ha presentato querela, si può però rivolgere all’Autorità di PS con una richiesta di “ammonimento” nei confronti dell’autore degli atti persecutori, allegando in copia i documenti probatori, le foto, ed indicando eventuali testimoni. La richiesta verrà  trasmessa al Questore che convocherà  il presunto molestatore   per raccogliere le sue deduzioni, facendo svolgere nel contempo indagini e  sentendo le persone informate dei fatti. Di ogni momento della  procedura verrà redatto un “processo verbale”, cioè verrà documentata per iscritto ogni singola attività.

All’esito della procedura il Questore  potrà rigettare l’istanza ovvero emettere un decreto di “ammonimento” con il quale diffidare formalmente il molestatore a tenere una condotta conforme alla legge e ad astenersi, per il futuro, dal compiere altri  atti persecutori.

Conseguenze dell’”ammonimento” sono, per lo stalker, la possibile sospensione dell’autorizzazione per la detenzione di armi, l’aumento della pena in caso di condanna successiva in giudizio, e la possibilità per l’Autorità di PS di procedere direttamente e d’ufficio alla sua denuncia, qualora questi  non desista dai suoi comportamenti persecutori.

Dunque uno strumento rapido, preventivo, economico e potenzialmente efficace nelle mani della vittima, per tentare di evitare il peso e gli oneri economici di un processo penale, senza naturalmente precludere, per il futuro, l’accesso a quest’ultimo.


 

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