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Home Articoli e commenti (penale) Delitti contro la persona Il risarcimento dei danni per le offese ricevute


Il risarcimento dei danni per le offese ricevute

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Al giorno d’oggi tutti notiamo un certo degrado del linguaggio che non di rado contraddistingue i rapporti interpersonali.

Mandare a quel paese qualcuno (o peggio) oppure usare parole o frasi che richiamano concetti osceni, è ormai  diventata una moda, una forma moderna di comunicazione, un’abitudine linguistica, anche se molto più spesso denota anche un certo disprezzo nei confronti dell’interlocutore e non è soltanto indice di cattiva educazione.

Anche il linguaggio televisivo è cambiato e non è raro udire insulti e offese gravi anche nei programmi più seguiti.

Qualcuno accoglie il tutto  con piacere affermando che il linguaggio si è finalmente adeguato alla realtà e liberato da ipocrisie.

Spesso si confonde però  la volgarità per genuinità!

L’ingiuria in precedenza veniva punita come reato.

Attualmente, grazie alla c.d. depenalizzazione operata nel 2016 dal Governo Renzi (D.lgs. n. 7/2016.), anche se viene lesa la  dignità personale, professionale o l’immagine sociale di una persona, non c’è più reato, ma soltanto un semplice illecito civile da cui deriva anche l’obbligo di pagare una sanzione civile verso lo Stato.

In sostanza, ormai si può soltanto chiedere  il risarcimento del danno subito con l’ingiuria, nelle forme ordinarie stabilite dal codice di procedura civile, notificando al responsabile dell’offesa un atto di citazione, e citando lo stesso o innanzi al Giudice di Pace (se la richiesta di risarcimento è inferiore a € 5.000,00), o innanzi al Tribunale.

Conseguenze di tale stato di cose sono:

1)   l’onere di provare il fatto ed il danno subito spetta sempre a chi agisce in giudizio (cioè a chi è stato ingiuriato). Naturalmente in mancanza di una dimostrazione dell’entità del danno subito, una volta provato il fatto,  il giudice potrà effettuare una valutazione equitativa dello stesso danno, secondo quanto gli appaia giusto ed equo in base al caso concreto;

2)   il diritto al risarcimento, in quanto illecito extracontrattuale, si prescrive in cinque anni, così come in cinque anni si prescrive il pagamento della sanzione civile verso lo Stato. Naturalmente la prescrizione diventa decennale una volta ottenuta la sentenza di condanna. La sentenza è poi impugnabile con l’appello e con  il ricorso in Cassazione.

3)   nel giudizio penale per ingiuria la testimonianza della vittima, in quanto proveniente dalla parte offesa,  veniva considerata elemento di prova, mentre ciò non può avvenire ora nel giudizio civile per il risarcimento del danno, dove l’attore non può certo testimoniare a proprio favore. Pertanto tutte le ingiurie espresse in presenza soltanto dell’ingiuriato,  non potranno trovare dimostrazione in giudizio e non potranno, di conseguenza, essere risarcite;

4)   le dichiarazioni testimoniali di persone che hanno assistito al fatto ed udito le offese,  resta dunque  la prova più importante e più sicura del fatto. Naturalmente l’attendibilità e la credibilità dei testi è sempre rimessa all’apprezzamento del Giudice. La c.d. testimonianza “de relato”, cioè relativa a cose sentite e riportate da altre persone, non potrà essere considerata una prova del fatto;

5)   la registrazione delle offese ricevute, nel rispetto delle norme dettate a tutela della privacy delle persone (vedi in proposito qui sul mio sito la voce “tutela della privacy”, tra gli articoli e commenti in materia civile) può essere utilizzata in giudizio, anche se è prova soggetta a contestazione e da allegare nelle forme richieste dalla norme di procedura.

6)   al termine del processo civile il Giudice, d’ufficio, a prescindere da una richiesta specifica dell’attore, in caso di condanna del colpevole al risarcimento del danno, comminerà a quest’ultimo anche la sanzione  civile, che andrà pagata dal medesimo all’Erario, da un minimo di € 200,00  a un massimo di € 12.000, in base alla gravità della violazione, alla reiterazione dell’illecito, all’opera svolta dall’agente per eliminare o attenuare le conseguenze dell’illecito ecc.;

La potenzialità offensiva di una determinata espressione non può essere valutata chiaramente in astratto, ma dovrà essere contestualizzata, cioè valutata in concreto, in relazione cioè alle modalità del fatto ed a tutte le circostanze che lo caratterizzano.

Naturalmente riteniamo che il Giudice civile, per riconoscere il risarcimento a chi si ritiene essere stato ingiuriato da qualcuno, potrà anche fare riferimento all’ampia giurisprudenza penale formatasi in passato, quando l’ingiuria era ancora considerata reato.

Così ad esempio, avuto riguardo alla coscienza sociale, sono state riconosciute come lesive dell’onore e della reputazione altrui le espressioni "bastardo" e "mascalzone", mentre non è stata riconosciuta alcuna carica offensiva all’espressione “non rompermi le scatole”; in politica, in generale, si è ritenuto che l'esercizio del diritto di critica politica potesse rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti da un personaggio pubblico, non dovendo però la stessa palesemente travalicare i limiti della convivenza civile, mediante offese gratuite, come tali prive della finalità di pubblico interesse, e con l'uso di argomenti che, lungi dal criticare i programmi e le azioni dell'avversario, mirassero soltanto ad insultarlo o ad evocarne una pretesa indegnità personale.

Naturalmente, esclusi i casi di ingiuria ed offesa palesi ed eclatanti, è chiaro che la linea di demarcazione tra l’offesa all’onore e al decoro di una persona e l’espressione forte ma non lesiva della dignità altrui è molto sottile ed a volte incerta.

Pertanto – come detto - la sua valutazione sarà rimessa caso per caso all’equo apprezzamento del giudice.

 

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