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Home Articoli e commenti (civile) Famiglia Stop al mantenimento ad oltranza dei figli fannulloni da parte del padre separato o divorziato.


Stop al mantenimento ad oltranza dei figli fannulloni da parte del padre separato o divorziato.

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Com’è noto, il genitore ha l’obbligo di mantenere il figlio anche quando questi,  raggiunta la maggiore età, non sia ancora in grado di sostenersi autonomamente.

E’ anche  consentito al figlio maggiorenne di intervenire nel giudizio di separazione o divorzio tra i genitori, in quanto  detto assegno può  essere corrisposto anche a  lui personalmente (così Cass.  n. 4296/2012; Trib. Torino, VII sezione civile, sentenza del 26 settembre 2016).

L’assegno di mantenimento che il genitore separato o divorziato (in genere il padre) deve versare  al figlio maggiorenne, non  indipendente dal punto di vista economico, può però essere revocato se il figlio  stesso non si attivi per reperire un normale posto di lavoro, ovvero se sia stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, e di non averne  tratto  profitto, per sua colpa o per sua scelta.

Come chiarito dalla Suprema Corte, l’indipendenza economica consiste nel percepimento di un reddito corrispondente alla professionalità raggiunta dal figlio, collegata allo svolgimento di un’attività lavorativa remunerata o quantomeno all’avvio verso di essa, con prospettive concrete tali da assicurare al figlio maggiorenne stesso un introito stabile e sicuro anche per l’avvenire (Cass. 21773/08, Cass. 8221/06, Cass. 4188/06, Cass. 22214/04).

Nell’analisi della situazione complessiva, naturalmente, bisognerà tenere conto delle concrete condizioni del mercato del lavoro, della professionalità acquisita nel corso degli studi dal figlio, di eventuali atteggiamenti di inerzia dello stesso, del tempo trascorso ecc.  (in tal senso ad es. Cass. Civ., sez. 1°, n. 47653/2002;  Cass. Civ., sez. 1°, n. 15756/2006).

Non basta comunque un impiego sporadico per giustificare l’interruzione al mantenimento del figlio, occorrendo accertare il raggiungimento di un lavoro stabile, adeguato e dignitoso  da parte dello stesso, che gli garantisca uno status di adeguata autosufficienza economica (Cass.  n.18/2011).

Naturalmente si potrà revocare l’assegno a carico del genitore quando il figlio viva in altri nuclei familiari, quando abbia interrotto senza motivo gli studi universitari, o quando abbia comunque raggiunto un’età tale da far presumere la sua capacità di provvedere a sé stesso ( Cass. n. 7970/2013; Cass. Ord.  n. 22314/2017).

Quanto infine all’onere della prova, questa spetta in genere al genitore obbligato al versamento dell’assegno (Cass. n. 407/2007; Cass. N. 1830/ 2011), anche se il Tribunale di Torino, in una decisione, ha affermato che: ” il decorso del tempo e l’avanzare dell’età del figlio incide sulla ripartizione dell’onere della prova tra le parti. Ciò in quanto nella valutazione circa la raggiunta autosufficienza economica il giudice potrà avvalersi di presunzioni di cui si avvantaggia il genitore richiedente la revoca. Ciò spostando così il carico probatorio sul figlio (o sul genitore convivente che resiste alla richiesta di azzeramento) il quale dovrà provare la non colpevolezza dell’inerzia o la giustezza, in quanto non confacente alle attitudini al percorso di studi o alle aspettative, del rifiuto di svolgere una qualche attività lavorativa” (Trib. Torino, VII sezione civile, sentenza del 26 settembre 2016).

L’obbligazione per il genitore non cessa automaticamente,  ma va dichiarata giudizialmente, e quindi l’obbligato non può autoridursi o sospendere il pagamento dell’assegno.

 

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